21 marzo 2013

Scandalo a teatro

Un'intervista ad un talk show televisivo potrebbe far tremare il più rinomato e famoso corpo di ballo del mondo. Il Telegraph infatti riporta le dichiarazioni fatte da Anastasia Volochokova ad un popolare programma moscovita sulle "abitudini" e gerarchie interne al Teatro Bolshoi.
Ai membri del corpo di ballo, ed anche ad alcuni solisti, sarebbe infatti stato chiesto di fare sesso con importanti sponsor o "patrons" in cambio di un posto in tournéé.
La cosa si svolgerebbe in "grandi cene eleganti", al termine delle quali alle ballerine verrebbe proposta la fatidica scelta: passare la notte con il magnate di turno oppure lasciare il teatro, compromettendosi la carriera. 
Il teatro, già al centro di altri scandali negli ultimi mesi, ufficialmente nega ogni accusa, e lo stesso Direttore Generale, Anatoly Iksanov, ha organizzato una conferenza stampa martedi scorso per scaricare le accuse come "dicerie". 
In realtà è giusto ricordare il burrascoso rapporto tra i due: Anastasia Volochokova è un ex-ballerina solista del Teatro Bolshoi che, nel 2003, è stata licenziata dallo stesso Iksanov perchè "troppo grassa e alta per essere sollevata dai ballerini maschi". Dopo il licenziamento, un tribunale ha dato ragione al suo ricorso tanto che la ballerina è stata riassunta dal Bolshoi, senza però recuperare il posto di prima.
Tutta la vicenda potrebbe quindi essere tacciata come una faida personale tra i due, ma sembra che qualcosa sia successo davvero.

20 marzo 2013

The Absolute Moron's Guide to What's Happening in Cyprus

"Nei prossimi giorni sentirai parlare piuttosto spesso di Cipro". E' così che inizia un'interessante "Guida a quello che sta succedendo a Cipro per completi idioti", pubblicata dal magazine "The New York".
La conversazione spiega come mai quello che sta accadendo in una remota isoletta nel Mediterraneo orientale potrebbe avere conseguenze su tutto il resto del pianeta, e forse persino sui conti correnti degli abitanti di Brooklyn.
Con grande efficacia viene spiegato come mai il debito statale graco debba essere spalmato sulle spalle dei pescatori di Nicosia: essenzialmente le banche cipriote, che avevano investito pesantemente in Grecia negli ultimi anni e attualmente si trovano sull'orlo del fallimento, non possono permettersi di fallire a causa dei milioni di rubli che oligarchi russi e petrolieri siberiani (più o meno legalmente) vi hanno investito. Circa un terzo dei conti correnti aperti a Cipro, infatti, appartiene a cittadini della Federazione Russa, e non sarebbero noccioline.
Per poter salvare le banche il governo, su indicazione dell'Unione Europea di cui Cipro fa parte dal 2007, avrebbe bisogno di circa 7,3 milioni di Euro. E per recuperare il denaro, la strategia più verosimile sarebbe quella di un prelievo forzato straordinario su tutti i conti dei cittadini ciprioti. Qualcosa che oscilla tra il 5 e il 10% del patrimonio, a seconda del tipo di conto corrente. 
I cittadini verrebbero ricompensati con quote (di minoranza) nelle banche stesse, ma la cosa, chiaramente, non piace: il rischio è quello di un prelievo di massa in contanti da parte dei Ciprioti che potrebbe far scattare una reazione a catena per cui anche greci, italiani e spagnoli, già alle strette con i rispettivi sistemi bancari, rincomincino a mettere i risparmi sotto il materasso.
Un ritorno al lingotto, o meglio alla mazzetta, che farebbe precipitare l'Europa (finanziaria) nel caos.
Questa mattina il piano "tassista" sarebbe stato definitivamente rigettato dal governo cipriota, in barba alle indicazioni di Bruxelles, ma le proteste continuano.

19 marzo 2013

La Spagna a processo

Un video diffuso negli ultimi giorni da El Pais sta imbarazzando e gettando nello sconforto la Spagna.
Il video, risalente al 2004, mostra tre soldati spagnoli che torturano e seviziano dei prigionieri durante il conflitto in Iraq. 
Oggi il Pais ha pubblicato una nota del ministero della Difesa spagnolo in cui si conferma che il video sia stato girato in una base dell'esercito spagnolo nel paese, probabilmente a Diwayina.
Il ministro della difesa Pedro Morenés ha ammesso pubblicamente le responsabilità dell'Ejercito de Tierra, le forze armate spagnole, augurandosi la più totale collaborazione con la magistratura e dicendosi sicuro che gli ufficiali responsabili non sapevano niente delle torture ai prigionieri in Iraq.
Questa sorta di Abu Ghraib iberica getta nuove ombre a distanza di dieci anni dall'inizio del conflitto iracheno. La Spagna popolare di José Maria Aznar fu uno dei più strenui difensori dell'intervento di Bush, al pari dell'Inghilterra di Blair e dell'Italia di Berlusconi. 
Il primo ministro Zapatero, succeduto ad Aznar nel 2004, ritirò le truppe spagnole dal Medioriente dopo nemmeno un mese dall'elezione, avendone fatto un punto vincolante della sua campagna elettorale.
Nonostante questo pronto ritiro, sembra che il conflitto in Iraq continuerà a perseguitare la Spagna per lungo tempo: i tre militari ripresi nel video rischiano ora fino a 25 anni di carcere, sotto legge marziale.

18 marzo 2013

Villa Epecuén, BA, Argentina

Villa Epecuén era una cittadina argentina della provincia di Buenos Aires. 
A circa 600 km dalla capitale sudamericana, negli anni '60 e '70 aveva conosciuto un vero e proprio boom turistico grazie all'omonimo lago salato, le cui acque avrebbero salubri effetti termali. Alcuni studi confermerebbero come il Lago Epecuén sia il secondo specchio d'acqua più salato del mondo, superato soltanto dal Mar Morto in Israele.
Ad ogni modo, dopo 25 anni di prosperità e crescita economica, nel 1985 il livello delle acque del lago è cresciuto rapidamente, arrivando a rompere gli argini e sommergere completamente la città. Agli abitanti del luogo non rimase altro che raccogliere gli effetti più cari e trasferirsi altrove.
Il lago è cresciuto ancora per una decina d'anni, tanto che nel 1993 la città si trovava sommersa da dieci metri di acque salate.
Storia già sentita, moltissime volte.
Negli ultimi anni, invece, la svolta: probabilmente a causa dell'innalzamento medio delle temperature, le acque del lago hanno cominciato a ritirarsi, restituendo alla terraferma l'antica città. Oggi Villa Epecuén appare come una città sommersa restituita alla vita, creando paesaggi spettacolari e attirando nuovamente l'attenzione dei media.
Qualcuno vorrebbe trasformarla in un set cinematografico permanente, o almeno girarci un paio di film.
Lo scenario, in effetti, sarebbe unico. 
Ieri Repubblica ha incontrato l'unico abitante di questa Atlantide nel cuore della pampa. L'ottantunenne Pablo Novak che ha scelto di ritornare nella città dove è cresciuto non appena il lago gliela ha restituita: "Sto bene qui: sono solo ma so come cavarmela."

15 marzo 2013

Accordi a Gerusalemme

Due giorni fa la visita del presidente Shimon Peres a Strasburgo aveva acceso i nostri riflettori sullo stato di Israele. 
Oggi una nuova notizia arriva da Gerusalemme, ed è una delle più attese: il primo ministro Benjamin Nethanyau ha trovato un accordo di governo dopo quasi due mesi di stallo in Parlamento.
Le elezioni del 22 gennaio scorso, infatti, avevano sancito la vittoria del Likud, il centrodestra ebraico al potere da 5 anni, ma si era trattata di una vittoria di Pirro: i numeri erano troppo risicati per poter governare.
Una situazione tutto sommato simile, con le dovute distinzioni, a quella italiana: un partito che "arriva primo ma non vince", e una costellazione di forze minori e di peso diverso pronte a ottenere il miglior risultato possibile per i propri elettori.
A Nethanyau si prospettavano due strade: allearsi (ancora) con gli ultra-ortodossi, ma alienandosi così una volta per tutte il voto centrista, oppure cercare l'accordo con le altre formazioni come Yesh Atid e Hatnuah, rendendosi disponibile ad alcuni cambiamenti sul programma di governo.
"Bibi" ha scelto la seconda strada, riuscendo a concludere l'accordo con tre leader centristi, Yair Lapid, Naftali Bennet e Tzipi Livni, che dovrebbero garantirgli 68 seggi sui 120 totali della Knesset.
Si tratta sicuramente di una buona notizia o, almeno, di una notizia migliore: se avesse cercato l'accordo con gli ultra-ortodossi, il governo Nethanyau sarebbe probabilmente stato ostaggio delle decisioni di un gruppo di vecchi rabbini pronti a tutto pur di difendere le Colline di Sion.
Con questa decisione, invece, le probabilità di una nuova guerra in Medio Oriente si abbassano, pur restando altissima la tensione riguardo agli insediamenti israeliani in Cisgiordania (e ne sa qualcosa lo stesso Shimon Peres) e alla bomba atomica iraniana.
A proposito di quest'ultimo tema, il governo USA ha dichiarato che Tehran potrebbe disporre dell'ordigno al massimo entro un anno, ma il presidente Obama, in Israele proprio in questi giorni per una visita ufficiale, ha rassicurato: "Li fermeremo".

14 marzo 2013

Due pensieri contrastanti

L'elezione del nuovo papa argentino ha sinceramente sorpreso gran parte del mondo, sia gli addetti ai lavori sia i semplici fedeli.
Non giovanissimo (76 anni), Jorge Mario Bergoglio ha mantenuto un profilo riservato in questo conclave, avendo già recitato un ruolo da protagonista nella scorsa elezione, quando arrivò secondo alle spalle del Cardinale Ratzinger.
I più probabili erano altri: si parlava di Scola, degli americani, oppure di un affscinante Papa africano, ma questo underdog ha saputo guadagnarsi la stima, il rispetto e la fiducia della Curia internazionale, tanto da venire elevato al soglio di Pietro.
Questo Conclave ha introdotto diversi elementi di novità, iniziando dalle inaudite dimissioni di Ratzinger, e il nuovo Papa non è stato da meno: primo Papa extraeuropeo, primo Gesuita, primo a chiamarsi Francesco etc. etc.
Le reazioni alla nomina sono state generalmente positive, almeno a voce alta tutti agurano un sereno pontificato al nuovo pastore, lui stesso consapevolissimo della difficoltà del nuovo incarico, tanto da invocare la preghiera dei fedeli già al primo incontro con la folla, subito dopo l'Habemus Papam.
Due editoriali in particolare meritano di essere citati: uno apertamente positivo, ovvero quello di Ezio Mauro su Repubblica, ed un altro decisamente più critico, quale quello di Michael Brendan Dougherty (giornalista di American Conservator) per SLATE.com.
Entrambi i giornalisti si aspettano un'azione decisamente riformatrice dal nuovo ponteficie, alieno dalle politiche fumose della Curia romana e molto più sensibile alle tamtiche sociali del suo predecessore.
Dando per scontato che la decisione di Benedetto XVI fosse dovuta a profondi ed insanabili contrasti con la Curia, accentuati dalla lunga serie di scandali di Vatileaks, IOR e abusi sessuali che ha inquinato gli ultimi 5 anni del suo pontificato, i due giornalisti danno però letture contrastanti riguardo l'elezione di Bergoglio: "L'addio al pontificato di Ratzinger ha dunque lasciato un "segno" visibile nel Conclave. La scelta di successione a Benedetto XVI rappresenta infatti un rovesciamento geografico e culturale del potere curiale talmente evidente e simbolico da diventare un gesto politico..." ha scritto speranzoso Ezio Mauro. 
Diametralmente opposte le paure di Dougherty, che evidenzia come "non c'è alcuna possibilità per l'elezione di Bergoglio senza l'appoggio dei cardinali italiani e del blocco Latino-americano".  Su Bergoglio sarebbero quindi confluiti i voti dei cardinali avversi a Ratzinger e alla sua opera di riforma della Chiesa. 
Da un lato un Papa nuovo, estraneo alla fumosa Curia romana e quindi più puro, forte e capace di riforme sincere e profonde, dall'altro un Papa nuovo, estraneo alla corrotta Curia romana e quindi più ingenuo, debole e chiamato a recitare un ruolo da comparsa, il classico "Papa di transizione". 
Chi avrà ragione? Tra dieci anni, il responso.

13 marzo 2013

Visite di cortesia?

Il presidente dello Stato di Israele Shimon Perez ha visitato ieri il Parlamento dell'Unione Europea di Strasburgo. La visita, sostanzialmente un incontro di cortesia tra buoni vicini, non ha avuto grande risonanza sulla stampa internazionale, catalizzata dal Conclave e, per quanto ci riguarda, dalla crisi italiana.
Il Wall Street Journal tuttavia fa notare che, dietro ai sorrisi e alle strette di mano, le distanze tra UE e lo stato ebraico sono più ampie che mai. 
E' toccato a Martin Schulz, in quanto presidente del Parlamento, ricevere il capo dello stato israeliano e dargli il benvenuto a nome dell'Unione. Schulz ha ricordato come sia significativo che sia toccato a lui, un tedesco, l'encomio di un leader ebraico.
Questi avvicinamenti non sono stati sufficienti a mascherare il disappunto, percepito in conferenza stampa, con cui Israele ha ricevuto la proposta dell'UE di porre un embrago ai prodotti delle colonie israeliane in Cisgiordania.
Molti cittadini UE, infatti, considerano quegli installamenti come un atto di guerra, e sono quindi favorevoli ad un blocco delle importazioni. La proposta è arrivata a Strasburgo, e il Parlamento, cercando una soluzione intermedia, ha proposto di rendere obbligatoria l'indicazione di provenienza di questi prodotti. Al supermercato, insomma potremmo trovare i prodotti dei kibbutz israeliani in Cisgiordania e negli altri territori occupati, e toccherà poi a noi decidere se acquistarli o meno.
La cosa non è assolutamente andata giù al governo israeliano, che considera quei territori come parte integrante dello Stato.
Perez ha avvertito l'Unione Europea, consigliando di non schierarsi apertamente in una questione interna allo stato d'Israele, un modo garbato per dire "fatevi gli affari vostri", per poi ricordare che lo stesso governo di Israele si sta impegnando a smantellare alcuni installamenti illegali.
Ma la politica degli installamenti di coloni proseguirà: "quando ci sarà la pace, potremo discuterne".

12 marzo 2013

Coppa del Mondo? Questione di Stadi...

L'Inghilterra ospiterà la prossima Coppa del Mondo di Rugby nel 2015. Questo è certo.
La finale si giocherà il 31 ottobre a Twickenham, Londra, e anche questo è certo.
Poco altro, in realtà, è certo. 
Anzi, a due anni dal grande evento, la Rugby Football Union, la Federugby inglese, non ha ancora reso pubblica la lista definitiva degli stadi coinvolti nella manifestazione.
La cosa sta suscitando un certo malcontento Oltremanica, e merita di essere raccontata dall'inizio.
L'Inghilterra, che ha già ospitato i mondiali del 1991 e del 1999, ha ricevuto l'assegnatura nel 2009, battendo la concorrenza di Giappone (che ospiterà però i mondiali nel 2019) e Italia. 
Gli stadi inglesi hanno rappresentato il vero valore aggiunto in quell'occasione: noi abbiamo già abbastanza problemi a trovare uno stadio per un test-match della nostra nazionale (ricordate Torino e Bologna?), figuriamoci 16 stadi da dedicare esclusivamente al rugby tra settembre e ottobre, quando la Serie A è in pieno svolgimento.
La RFU aveva garantito il coinvolgimento di diversi club di Premier League, proprietari dei migliori stadi del mondo, e ha avuto gioco facile a sbarazzarsi della nostra concorrenza.
Da allora (4 anni fa) però ben poco si è mosso ufficialmente, se non polemiche e frecciatine. Gli inglesi hanno rifiutato di "condividere" l'assegnatura con i vicini celtici, ovvero Irlanda, Scozia e Galles, che erano interessati ad ospitare alcune gare. No grazie, meglio da soli.
Soltanto il Millenium Stadium di Cardiff, probabilmente il miglior stadio di rugby del mondo, è stato aggiunto alla lista delle potenziali strutture, con la precisazione che il Galles non giocherebbe le partite della fase finale in casa, se dovesse passare i gironi, dove tra l'altro è stato abbinato con la stessa Inghilterra.
Ieri un articolo dell'Equipe riportava che il Manchester United starebbe riflettendo sulla possibilità di ospitare qualche partita all'Old Trafford. Lo "stadio dei sogni" era una delle strutture più prestigiose nel mazzo delle candidature ed un eventuale niet di Sir Alex Ferguson (perchè di questo si tratterebbe) sarebbe una brutta gatta da pelare per gli organizzatori.
Anche Wembley e lo Stadio Olimpico non verrebbero utilizzati, sempre secondo l'Equipe. Il primo verrebbe già occupato dalle competizioni di Rugby League mentre per quanto riguarda le strutture olimpiche sono già inizati i lavori di smantellamento, che ridurrebbero la capacità al di sotto dei limiti consentiti.
Si tratta comunque di indiscrezioni e rumors, ma sono di quelli che fanno pensare. C'è il rischio che qualcuno abbia fatto il passo più lungo della gamba e ora si trova costretto a inseguire o, in questo caso, a sperare. 
Di certo è una brutta figura per la Federazione inglese, che spesso viene accusata di arroganza e presunzione nei confronti delle altre (più povere) compagini internazionali.

Postilla: i francesi sarebbero i primi a giovare di questi problemi, e infatti nello stesso articolo si suggeriva lo Stade de France come possibile sede di qualche partita, ma l'Equipe è uno dei principali giornali di rugby del mondo e, quando si tratta di indiscrezioni, difficilmente ci sbaglia.

11 marzo 2013

Buone notizie dall'O K Corral

Finalmente arriva una buona notizia dal mondo delle armi americane: il New York Times ha dimostrato come, nonostante le numerose stragi che ciclicamente colpiscono il paese, il numero di possessori di fucili e pistole è in costante declino dal 1972. 
Anzi, la "rinuncia al fucile" sembra essere un fenomeno condiviso, con il numero di armi che decresce sia nelle zone urbane della costa est sia nell'America rurale del Midwest e delle Montagne Roccose. 
Negli anni '70, un americano su due aveva un fucile in casa. Da allora il numero è costantemente diminuito, e attualmente (2012) il tasso è del 34%. 
Diverse teorie potrebbero spiegare il fenomeno: anzitutto il servizio militare, obbligatorio negli anni '70, è divenuto volontario e attualmente militari e reduci rappresentano una piccola frazione della popolazione americana.
L'urbanizzazione ha sicuramente svolto un ruolo fondamentale, perchè se è vero che lo studio fotografa un decrescimento abbastanza condiviso, restano pur sempre differenze fra le zone rurali, dove il 56% degli americani possederebbe un fucile, e le città, dove sono meno di un quarto i cittadini "armati".
Anche le dinamiche demografiche, infine, sembrano influire: gli ispanici, ad esempio, tendono a possedere meno armi dei bianchi, ed il numero di immigrati latinoamericani è costantemente aumentato negli ultimi 30 anni.
Lo studio viene rilasciato ogni due anni, ma non riceve grande visibilità all'interno del dibattito sul "gun-control". Ancora oggi, nella memoria collettiva restano incise le immagini dei clienti in coda ai negozi di armi dopo le stragi di Newtown e Aurora. 
L'amministrazione Obama si è impegnata fortemente in campagna elettorale per arrivare ad una legge di controllo sulle armi, e lo stesso Presidente è tornato a chiederlo nel discorso sullo stato dell'unione nel mese scorso. Le lobby, tuttavia, mantengono il proprio peso e stanno riuscendo, per ora, a bloccare ogni iniziativa in Congresso.
Questo studio però fotografa un'America che, autonomamente e silenziosamente, rinuncia al fucile. E' un cambiamento generazionale più che una scelta consapevole e motivata. Ma è un inizio.
Un'America diversa, un'America migliore.

08 marzo 2013

Slalom gigante

Le notizie che sono arrivate negli ultimi mesi dalla Corea del Nord sono sempre più bizzarre e contraddittorie.
Da quando il nuovo leader Kim Jong-un ha rimpiazzato il padre ereditando il potere assoluto nella piccola repubblica asiatica, la linea di condotta in politica estera è stata un continuo zig-zag tra atti di distensione e minacce di un escalation militare.
Le due Coree sono ufficialmente ancora in guerra tra loro, e la situazione di pace nella penisola è garantita dalla fragile tregua firmata nel 1953 al termine di uno dei conflitti più sanguinosi del XX secolo.
Nel corso dell'inverno, il regime di Pyongyang ha ricevuto diverse visite da parte di personalità statunitensi, che vengono lette all'interno di una strategia di distensione e avvicinamento alle posizioni americane.
Allo stesso tempo, il nuovo leader ha accellerato il programma di sviluppo di armi nucleari, arrivando al lancio di un satellite in orbita prima di Natale e ad un nuovo test atomico in febbraio.
L'ultima notizia di questa mattina è che il consiglio militare della Corea del Nord sarebbe pronto a lanciare un attacco atomico "al cuore" del nemico. Ovvero direttamente in territorio americano.
Seoul infatti non disporrebbe di una capacità militare sufficiente a contrastare un eventuale attacco nordcoreano, e per la propria difesa deve fare affidamento sulla presenza di forze armate statunitensi (60.000 uomini), ufficialmente in Corea nel ruolo di "osservatori internazionali".
Su queste forze armate pende però una risoluzione ONU che invita tutte le forze militari straniere ad abbandonare la penisola per favorire il processo di pace.
Le Nazioni Unite sono il palcoscenico prediletto dal regime nordcoreano per le sue minacce, che fanno parte di una dichiarata strategia volta ad alimentare la tensione e capitalizzare l'attenzione internazionale.
Questa volta però potrebbe essere diverso. Il regime starebbe seriamente preparandosi ad un attacco in forze. A riportarlo è il quotidiano spagnolo La Rioja, che però allo stesso tempo ricorda come la Corea del Nord non avrebbe a disposizione le tecnologie per lanciare missili oltreOceano.
Come a dire: i californiani possono stare tranquilli. Per ora, Pyongyang è semplicemente troppo lontana.

07 marzo 2013

Il vero girotondo

Silvio Berlusconi è stato condannato ad un anno di carcere per il caso intercettazioni-Unipol, avrebbe infatti fatto spiare e registrare sia Piero Fassino sia Giovanni Consorte, che ricevono così un indennizzo di 80.000 euro.
Noccioline.
Dopo la sentenza Mediaset e consequente risarcimento a sei cifre all'Ingegnere De Benedetti, il Cavaliere sta accomulando condanne al ritmo con cui un cittadino comune accumula multe per divieto di sosta.
Una volta ogni tanto, il copione si ripete: i giudici leggono la sentenza ad un imputato che non è (mai) presente in aula, i giornali del suddetto imputato gridano allo scandalo e lui ha gioco facile a dipingersi vittima di un complotto di magistrati neocomunisti. I quali, incessantemente, procedono. 
Perchè la conquista e la gestione del potere berlusconiano hanno aperto contenziosi in ogni provincia d'Italia.
E così un processo a Como, un altro a Napoli, svariati a Monza e, ovviamente, Milano. La capitale dell'impero. Ma anche il fortino di Ilda Boccassini, il giudice più rosso di tutti.
La musica non cambierà nemmeno questa volta, lo indicano gli sviluppi: Piero Longo, legale del Cavaliere in questo processo, ha già dichiarato che si tratta di una sentenza fuori da ogni logica, mentre Daniele Capezzone, portavoce del PDL, ha ricordato come un membro del consiglio giudiziario sia atteso a sua volta da un esame della Cassazione che potrebbe rimettere in gioco tutto.
L'elettorato pidiellino da tempo ha dato prova di non ritenere gli scandali giudiziari di Berlusconi materia di confronto elettorale. Questo scandalo non è più grave di altri, o scabroso, o indecente. 
E' semplicemente un altro, ennesimo, giro di giostra.

06 marzo 2013

Il Drugo esiste davvero!

Per molti delle generazioni più giovani è un vero e proprio mito, un ideale di uomo e di stile di vita da seguire constantemente. Quasi una religione.
Si tratta del Grande Lebowski, il film culto uscito nelle sale esattamente 15 anni fa, il 6 marzo 1998.
Ed è interessante leggere sull'Huffington Post che i fratelli Coen, registi, scenografi e ideatori di tutta la pellicola, si sono ispirati ad un personaggio realmente esistito per ritrarre il Drugo (the Dude nella versione originale), il protagonista ed eroe del film interpretato da Jeff Bridges. 
Il suo nome è Jeff (come Jeff Bridges) Dowd, è nato nel 1949 (come Jeff Bridges) e adora fumare marijuana (come Jeff Bridges)
Joel e Ethan Coen lo hanno conosciuto nel 1984 lavorando ad un altro film, e quando lo hanno contattato per spiegargli il progetto del Big Lebowski si sono accorti di questa succulenta serie di coincidenze. E' subito parso chiaro a tutti che Bridges fosse l'attore perfetto per la parte del Drugantibus.
Attualmente Dowd è disoccupato, ma si dice soddisfatto delle opportunità che derivano dall'essere il soggetto di un film culto: "Ovunque vada nel mondo, sono automaticamente l'amico di tutti. Ma soprattutto posso andare ai college, avere un pubblico che mi ascolta... e dopo partecipare ai party".
Un Drugo, insomma.

PS: "Quasi" una religione? Non proprio: in America è già un culto ufficiale.

04 marzo 2013

Bambini che giocano a calcio

La storia spesso si ripete: due bambini litigano per un giocattolo, arriva un terzo più forte che se lo prende e gli altri due si alleano per poter impedire il "furto". E' grosso modo quello che sta succedendo in Premier League, e il giocattolo in questione si chiama Arsenal FC.
Il club londinese infatti è finito nel mirino di due fondi di investimento (privati e anonimi, sennò che gusto c'è?) arabi, più precisamente del Qatar il primo e degli Emirati il secondo.
L'attuale socio di maggioranza, con circa il 60% delle quote del club, è il magnate americano Stan Kroenke (in foto), arrivato nel 2011, ma che da sempre subisce la concorrenza di un rivale (e siamo all'altro bambino), ovvero il multimilionario uzbeko Alisher Usmanov, una vita fatta di petrolio, criminalità e soldi facili nell'ex URSS.
Usmanov, che attualmente controlla un terzo del capitale sociale, non ha mai fatto segreto di voler arrivare al controllo totale della squadra, ma i fondi arabi dovrebbero avere, diciamo, più potere di fuoco.
L'offerta dei petroldollari valuterebbe il team esattamente il doppio del valore del 2011, dopo un biennio non propriamente brillante per i Gunners. L'ultimo trofeo in bacheca risale al 2005, e negli ultimi anni la squadra non ha mai lottato per il titolo in Premier, dovendo accontentarsi delle briciole lasciate dai superclub di Manchester.
Gli arabi sarebbero pronti a fare il grande passo, investendo cifre folli nel rinnovamento del "parco giocatori" per tornare ai massimi livelli nel giro di pochi anni, e starebbero già cercando l'accordo con la (potente) tifoseria inglese: i fans dell'Arsenal sono già costretti a pagare i biglietti più cari della Premier League per vedere i propri beniamini, e non hanno perdonato il trasferimento della squadra dallo storico Highbury per il più moderno Emirates Stadium, costruito con i soldi della FlyEmirates, guarda a caso.
Sia Kroenke sia Usmanov hanno categoricamente negato ogni tipo di accordo, ammettendo che il tentativo di scalata è effettivamente in atto ma entrambi sarebbero pronti a resistere ad ogni offerta, per quanto folle.
Nel frattempo l'Arsenal ha perso 2 a 1 il derby contro il Tottenham e si trova ora quinto in classifica, fuori dalla zona Champions. I Gunners hanno giocato nella massima competizione europea per 16 anni consecutivi e forse il mancato traguardo di questa stagione, se così dovesse decidere il campo, potrebbe accelerare un cambio della guardia nella stanza dei bottoni.
I tifosi ci sperano, e con loro anche Wenger, intoccabile, chiunque sia il padrone.

01 marzo 2013

Telepatia tra ratti

In un futuro potremmo avere tutti i cervelli del mondo collegati in un'unica rete telematica che manderebbe in pensione tutti i sistemi di comunicazione attuali. Ma non solo, cambierebbe il nostro mondo in maniera radicale. A sognarlo non è soltanto Gianroberto Casaleggio, il socio di Beppe Grillo spesso indicato come la vera mente dietro il Movimento 5 Stelle, ma anche qualcun altro che ci sta andando decisamente più vicino.
Iniziando dai topi.
L'Università di Duke, North Carolina, ha appena annunciato la riuscita di un esperimento senza precedenti, come ha riportato Slate.com.
L'esperimento consisteva nel connettere, via Internet, i cervelli di due topi situati a migliaia di kilometri di distanza, più precisamente in Brasile e, appunto, alla Duke.
Lo "scienziato pazzo" in questione si chiama Miguel Nicolelis, ed è un ricercatore brasiliano che lavora nell'università statunitense. Qualche anno fa aveva fatto azionare un braccio elettronico in Giappone da una scimmia che si trovava in North Carolina attraverso internet.
Questa volta ha lavorato direttamente con due animali.
Al topo in Brasile è stato insegnato ad aprire una porta attraverso un semplice codice, arrivando ad una percentuale di successo del 95%. E questa era la parte più semplice dell'esperimento: tramite degli elettrodi sono stati connessi i cervelli del topo "istruito" in Brasile e di quello "non istruito" in America. Quest'ultimo, mano a mano che l'altro topo ripeteva l'operazione, la ripeteva a migliaia di kilometri di distanza riuscendo a compierla perfettamente 7 volte su 10.
E' solo l'inizio della costruzione di una vera e propria rete di cervelli. Una brain-net, appunto.
"Non possiamo nemmeno immaginare che tipo di proprietà potrebbero svilupparsi quando gli animali inziano a interagire come parte di una rete di cervelli. In teoria, si potrebbe immaginare che una combinazione di cervelli possa produrre soluzioni che i singoli cervelli non possono raggiungere individualmente".
Fantastico, o terribile. Ma quando il tuo motto è "prendere la fantascienza e trasformarla in scienza", come recita Nicolelis, l'unico limite è dato dall'immaginazione.
Per la sperimentazione umana, per ora, possiamo aspettare.

28 febbraio 2013

Dal ping-pong alla pallacanestro

Negli anni '70 c'era la "Diplomazia del Ping Pong". Quando la Cina di Mao e gli Stati Uniti di Nixon dovevano incontrarsi, organizzavano incontri di tennis tavolo per stemperare la tensione tra l'Oriente comunista e l'Occidente capitalista.
Il successo fu tale che lo stesso presidente Nixon andò a Pechino per seguire un incontro di ping pong a una conferenza del Partito Comunista.
L'uomo dietro questo successo, il campione Zhuang Zedong, è morto solo qualche settimana fa.
Oggi la Cina non è più un pericolo per gli Stati Uniti, almeno a livello militare. E Washington ha individuato nel regime nord-coreano di Kim Jong-Un il nuovo nemico.
Un nemico da combattere con la forza della seduzione e della distensione prima ancora che con  le armi.
La visita di Richard Schmidt, CEO di Google, di fine gennaio nella capitale nordcoreana è stata indubbiamente un grande successo per la diplomazia statunitense, che si era impegnata in prima persona inviando l'ex governatore dello stato del New Mexico al seguito di questa "missione diplomatica privata".
In questi giorni, è il turno delle star della pallacanestro, un brand a stelle e strisce almeno quanto Google.
L'ex star NBA Dennis Rodman si trova attualmente a Pyongyang per seguire e promuovere un incontro tra una selezione statunitense e una squadra  nordcoreana.
Trovandosi fianco a fianco con il dittatore Kim Jong-Un, Rodman non ha esitato a chiamarlo "A friend for life", come riporta il Daily Mail.
Rodman ha incontrato ministri e membri del governo prima di sedersi a bordo campo spalla a spalla con il suo nuovo amico.
Il regime coreano ha conquistato le prime pagine di tutto il mondo conducendo un nuovo test nucleare soltanto dieci giorni fa. Indubbiamente la visita "cestistica" era già stata programmata in precedenza, ma assume oggi tutto un altro valore: tieniti stretti gli amici, ma ancora più stretti i nemici.

27 febbraio 2013

The right to be stupid

Potrebbe essere stata una tipica gaffe da parte di un politico disattento, ma non è così scontato: fatto sta che l'ultima dichiarazione di John Kerry, il nuovo Segretario di Stato dell'amministrazione Obama, in un forum a Berlino sta facendo il giro di internet.
"In America, si ha il diritto a essere stupidi".
Ecco tutto. Che gli americani fossero "eccentrici", si sapeva. Magari anche ignoranti, arroganti o presuntuosi. E' un cliche. Ma stupidi? Al punto tale che un membro del governo, molto in vista per di più, dovrebbe difendere pubblicamente il diritto alla stupidità?
In realtà le cose non stanno proprio così. Kerry stava parlando ad un evento organizzato all'ambasciata statunitense in Germania, un evento sulla libertà di espressione e i diritti civili. E per sottolineare la libertà pressochè totale che i cittadini americani godono su questo tema, ha appunto pronunciato la famosa frase.
La cosa, come riporta l'Huffington Post, non ha suscitato un grande clamore in Europa, ma chiaramente i blog e gli opinionisti repubblicani si sono scatenati.
Il mio preferito è un post di Ann Coulter: "John Kerry dice che gli Americani hanno il diritto di essere stupidi. Se si aggiunge il diritto di voto, ecco i risultati delle elezioni 2012". Abbastanza chiaro.

26 febbraio 2013

Maratoneti come alberi, secolari

Ricordate Forrest Gump? Che dopo aver attraversato 4 volte gli Stati Uniti da est a ovest decise di tornare a casa semplicemente perchè "voleva riposarsi un po'"?
C'è chi non si è ancora fermato: Fauja Singh era già il detentore del record di maratoneta più anziano di sempre e questa domenica ha ulteriormente migliorato il suo primato.
Come riporta l'Huffington Post, l'atleta indiano ha concluso la mini-Maratona di Hong Kong (10 kilometri) alla venerabile età di 101 anni.
L'anno scorso aveva corso la Maratona di Toronto e, con oltre un secolo di vita, era diventato il maratoneta più anziano di tutti i tempi.
Singh ha dichiarato di avere iniziato a correre all'età di 89 anni per combattere la depressione dovuta alla tragica morte della moglie e del figlio. Da allora non si è più fermato. I suoi record non sono però riconosciuti dalla Guinness World Records International perchè Singh non ha un certificato di nascita ufficiale che dimostri la sua età.
Il suo passaporto riporta la data del 1 aprile 1911, ma il governo indiano ha ammesso che non esistono registri di nascita affidabili per quell'epoca.
Singh normalmente corre indossando un turbante indiano tradizionale che, unito alla sua lunga e vaporosa barba bianca, gli ha fatto guadagnare il soprannome di "Turbaned Torpedo".
Questo ultimo successo potrebbe però essere l'ultimo, dato che, come ha dichiarato lo stesso Singh, sta considerando l'idea di appendere le scarpe al chiodo, sperando che la gente "continui a ricordarsi di me e non mi dimentichi".

25 febbraio 2013

Castro Bros con l'acqua alla gola?

Potrebbe essere l'avvenimento dell'anno, almeno in America Latina. 
Dopo aver liberalizzato, almeno in parte, le politiche riguardanti l'espatrio (ne sa qualcosa la blogger e dissidente Yoani Sanchéz), il regime comunista cubano potrebbe lasciare gli ormeggi definitivamente.
A riportare la notizia è il New York Times che cita un discorso tenuto direttamente da Raul Castro, il fratello minore di Fidel e che attualmente ricopre l'incarico di Presidente della Repubblica.
Ieri infatti il presidente ha ufficialmente dichiarato che quello che è appena iniziato sarà quasi sicuramente il suo ultimo mandato. 
La notizia, già importante di per sé, potrebbe ricevere ulteriore "peso" dal fatto che Fidel stesso abbia presenziato a questo particolare discorso, dopo un silenzio radio-televisivio che il lìder màximo osservava da mesi.
La dittatura castrista continua ininterrottamente dal 1959, ovvero dall'anno della rivoluzione contro il regime di Batista. Negli anni scorsi Fidel, ormai 86 anni, aveva gradualmente ceduto sempre più potere al fratello minore Raul, di quattro anni più giovane, tanto che adesso è quest'ultimo a sedere sullo scranno più alto.
Se davvero il "ticket" tra i due fratelli dovesse venire meno, il principale candidato alla successione potrebbe essere Miguel Diaz-Canel Bermudez, 52 anni, ingegnere elettronico ed ex-ministro dell'educazione, che si sarebbe distinto negli ultimi anni occupandosi soprattutto dei colloqui con il Venezuela, l'altro grande regime comunista del continente.
E' difficile che il regime prepari una successione lineare, non c'è chiaramente l'obiettivo di creare una dinastia a lunga durata simile alla Corea del Nord, piuttosto il modello potrebbe essere il regime cinese, con un'oligarchia assoluta tra i dirigenti ed i membri del partito.
Il tutto, ovviamente, tra 5 anni. Dopo 54 anni, perchè affrettarsi?

22 febbraio 2013

Lo strano caso del cadavere incenerito in Oklahoma

Un caso molto particolare sta tenendo gli abitanti dell'Oklahoma attaccati al televisore da lunedì scorso: si tratta del ritrovamento del cadavere carbonizzato di Danny Vanzandt, cittadino di 65 anni della Sequoyah County, in Oklahoma appunto. Così ha riportato l'Huffington Post questa mattina.
I suoi famigliari l'hanno trovato lunedi mattina nella sua casa di Muldrow, ma ormai era troppo tardi. Nemmeno l'autopsia eseguita nella giornata di martedì è stata in grado di spiegare quale possa essere la causa della morte: l'unica cosa certa è che Vanzandt è morto carbonizzato, ma non sono state trovate tracce di incendio attorno al cadavere.
Il responsabile delle indagini ha quindi suggerito un'ipotesi insolita e agghiacciante al tempo stesso: "Potrebbe trattarsi di un caso di auto-combustione umana (SHC)", ha spiegato lo sceriffo Ron Lockhart ai microfoni di KSDK-TV. "Al mondo si registrano circa 200 casi di combustione spontanea all'anno, e Vanzandt potrebbe far parte di questa categoria".
Il fatto che Vanzandt fosse un alcolizzato e fumatore accanito potrebbe rafforzare l'ipotesi: "Chiaramente ci deve essere una sorgente di combustione, ma potrebbe essere stato un accendino o una sigaretta accesa".
L'alto tasso di alcol nel sangue poi, potrebbe aver fatto il resto.
"Potresti versare della benzina su qualcuno e non verrebbe incenerito in una simile maniera". 
Una scena agghiacciante insomma, e potrebbero essere necessari anche più di due mesi per verificare questa curiosa e terrificante ipotesi.

21 febbraio 2013

Il (nuovo) ritorno dello Jedi

E' bastata una semplice parola per mandare in fibrillazione i blog di mezzo mondo: talking.
A pronunciata è stata Mark Hamill, meglio conosciuto come Luke Skywalker, il biondo guerriero galattico protagonista della prima saga di Star Wars a cavallo degli anni '70 e '80, riguardo ad un suo eventuale ritorno sul set per l'ennesimo sequel della saga che lo ha reso famoso.
In un'intervista a Entertainment Tonight, Hamill ha confermato che il settimo episodio di Guerre Stellari è in fase di pre-produzione avanzata: si parla addirittura di un'uscita prevista per il 2015 per il film.
"They are talking to us", dove "they" sta per George Lucas, ovvero l'ideatore, creatore e regista dell'intera saga.
L'attore, ormai non più un giovincello dall'alto dei suoi 61 anni d'età, ha dichiarato di aver parlato di un suo eventuale ritorno nelle vesti di Cavaliere Jedi in un pranzo con George Lucas e Carrie Fisher (che nei film interpretava la principessa Leila) circa un anno fa. Hamill si è sentito direttamente chiamato in causa perchè, a suo dire, nessuno prenderebbe il suo posto se lui dovesse decidere di rinunciare: "Semplicemente rinuncerebbero al personaggio, non prenderebbero un altro attore al nostro posto".
Discorso diverso per Han Solo, ovvero Harrison Ford, di cui si era scritto riguardo a un pre-contratto, ma l'ipotesi è sfumata. Probabilmente occorrerà un sostituto, se qualcuno volesse candidarsi...

20 febbraio 2013

La Corea del Nord alza il tiro... e le minacce

La Corea del Nord ha rilasciato una dichiarazione a dir poco "bellicosa" ieri alla riunione delle Nazioni Unite in corso a Ginevra sul tema del disarmo nucleare.
Il portavoce del regime di Kim Jong-un ha infatti dichiarato che: "Come dicono, un neonato non prova terrore di fronte a una tigre. Il comportamento erroneo della Corea del Sud la avvicinerà soltanto alla sua distruzione finale".
Insomma, metafore da saggezza orientale e minacce vere e proprie: dopo il test atomico di due settimane fa che era sembrato un diretto avvertimento agli Stati Uniti (due giorni dopo il presidente Obama avrebbe pronunciato il celebre discorso sullo Stato dell'Unione), il regime nord-coreano ha rincarato la dose cercando, probabilmente, di alzare il livello dello scontro: "Se gli Stati Uniti dovessero assumere un atteggiamento ostile nei confronti della Repubblica Democratica Popolare della Corea del Nord (questo il nome completo della dittatura di Pyongyang), la Nord Corea non avrà altra scelta che rispondere con un secondo e terzo forte movimento in successione".
L'ambasciatore della Corea del Sud allo stesso meeting ha risposto che il regime di Pyongyang dovrebbe piuttosto occuparsi della salute dei suoi cittadini, in un paese che negli ultimi anni è stato falcidiato da cicliche carestie, come riporta la BBC.
Il nuovo regime di Kim Jong-un, da meno di un anno al potere, sta cercando probabilmente di conquistare maggiore visibilità internazionale per mantenere aperto il dibattito intorno ad un conflitto mai sedato e che Seoul sta vincendo a colpi di mercato: appena subito dopo l'elezione, il nuovo dittatore ha dovuto ammettere la necessità di aprire i mercati nordcoreani ai prodotti del sud, auspicando un'unica zona economica comune.
Speranze e minacce, carota e bastone.

19 febbraio 2013

Non si cambia in Armenia

Le elezioni di questo fine settimana non sono state seguite dall'ondata di violenze che seguì le precedenti consultazioni nel 2008, ma l'opposizione ha comunque denunciato brogli e irregolarità.
Il presidente Sarkisian ha ottenuto il 60% delle preferenze. Il leader dell'opposizione Raffi Hovannisian si è fermato al 35% dei voti, ma ha comunque rivendicato la vittoria.
La maggior parte dei rivali del presidente era già stata tolta di mezzo nel corso dell'ultimo anno, tanto che la comunità internazionale aveva espresso perplessità circa il reale valore di queste consultazioni: "Molti partiti politici, che si riteneva dovessero presentare candidati alla presidenza, hanno scelto di non farlo per la mancanza di fiducia legata all'esito di queste elezioni" ha riportato alla BBC l'Assemblea generale del Consiglio d'Europa.
Scegliendo la continuità con il presidente uscente, l'Armenia ha probabilmente votato a favore di una stabilizzazione della repubblica ex-sovietica anche a scapito di un reale confronto democratico.
Dal 2008 al 2013 l'Armenia ha registrato una crescita economica media del 7% pur non riuscendo a sconfiggere i due mali endemici del paese: la disoccupazione è al 16% e più del 30% della popolazione continua a vivere sotto la soglia di povertà.

18 febbraio 2013

Nuovo record sulla scia dei Clippers

Giovanni Soldini entra (nuovamente) nella storia della vela stracciando un altro record internazionale: il velista  lombardo (è nato a Milano 47 anni fa) ha infatti guidato il suo equipaggio sulla rotta New York-San Francisco nel tempo record di 47 giorni, 42 minuti e 29 secondi.
Per poter superare il record risalente all'impresa di Yves Parlier nel 1998, Soldini ha dovuto allestire un team dei migliori velisti di tutto il mondo, sorta di All Star della vela : Ryan Breymeier (USA), Sebastien Audigane (Francia), Janghe Teng (Cina), Carlos Hernandez (Spagna), Michele Sighel (Svizzera), Boris Herrmann (Germania) oltre ai due italiani Guido Broggi e Corrado Rossignoli. Italiano anche lo sponsor del veliero, Maserati. 
Alla fine questo Dream Team ha navigato quasi sempre col vento in poppa, arrivando nella baia di Oakland con ben dieci giorni di vantaggio sul precedente record di Parlier. E dire che alla vigilia della partenza, il 31 dicembre, in pochi avrebbero scommesso su un nuovo record.
Soldini è famoso soprattutto per le traversate solitarie, dove domina praticamente incontrastato da una ventina d'anni. La coabitazione con altri membri dell'equipaggio per un periodo così lungo, tuttavia, non è stata un problema: "è andata molto bene, sono tutti ragazzi bravissimi, ognuno con esperienze diverse, ma ci siamo integrati senza problemi, da tutti i punti di vista" ha dichiarato raggiante ai microfoni di Repubblica.
L'unico problema? Le razioni: "alla fine era rimasto soltanto del riso", ma l'arrivo è stato rifocillante, come mostra la foto.

15 febbraio 2013

Politici mai sazi

Dopo le elezioni dell'anno scorso che hanno portato François Hollande all'Eliseo, l'opinione pubblica si è disinteressata del ex-primo cittadino di Francia, ma le cose potrebbero cambiare.
Secondo Alain Juppe, ministro degli Esteri nell'ultimo governo Sarkozy, il vecchio leader potrebbe tornare sulla scena, come ha dichiarato questa mattina al Sydney Morning Herald.
"Io percepisco che lui vuole combattere, anche se non spetta a me rispondere a questa domanda".
Diversi rappresentanti dell'UMP e ex-ministri del governo Sarkozy hanno categoricamente smentito, quasi a voler confermare i rumors.
Da un anno Sarkozy si è ritirato a vita privata, dichiarando di voler essere semplicemente "un francese in mezzo ai francesi". Si è ritagliato una carriera di profilo internazionale, seguendo l'esempio del vicino Tony Blair, e si è dedicato alla famiglia, ha infatti una figlia di poco più di un anno.
Ma forse stare con le mani in mano e curare il giardino non è quello che fa per lui, così Sarkò starebbe addirittura pianificando un inedito "comeback".
Forse le infinite giravolte di Berlusconi al di qua delle Alpi lo hanno convinto. Forse.
Carla Bruni, intanto, chiosa: "Da parte mia, non ho alcun desiderio che lui rientri in quel mondo. Siamo molto contenti della nostra nuova vita. Ma Hollande è terribile, e richiamo di restar bloccati con lui per i prossimi dieci anni. Perchè tra 5 anni Marie LePen sarà ancora contro di lui, e lui ovviamente vincerà. Nicolas potrebbe risparmiare alla Francia questo orribile duello".

14 febbraio 2013

La NASA dovrebbe salvare il mondo, non fare ricerca

Un post apparso su SLATE questo pomeriggio chiama direttamente in causa la NASA (l'agenzia spaziale statunitense) per "non fare abbastanza per prepararsi a catastrofici asteroidi".
Forse pochi sanno che il prossimo venerdi un sasso spaziale, denominato 2012 DA14, passerà a circa 27 mila kilometri dalla superficie terrestre, in una velocissima traiettoria verso il centro del Sistema Solare.
Se la cosa vi ricorda un Billy Bob Thornton allarmato che annuncia a Bruce Willis che dovrà salvare il mondo da una minaccia stellare, la pensate come quelli di SLATE.
I quali accusano la NASA di sprecare milioni di dollari in diversi progetti senza considerare il rischio di una collisione che ridurrebbe la Terra in briciole. Addirittura si ritiene che il compito principale della NASA non sia fare ricerca spaziale o favorire l'esplorazione del Sistema Solare, ma piuttosto il preservare l'America e (solo conseguentemente?) la Terra da una possibile collisione con asteroidi e comete.
Il danno che un asteroide potrebbe causare, si scrive, è ingente, anzi "probabilmente nemmeno una guerra nucleare con la Russia" arrecherebbe la stessa distruzione (PS: il Muro di Berlino è caduto nel 1989, non esattamente l'altro ieri) ed è per questo che la NASA avrebbe il compito di scongiurare una simile evenienza prima di tutto: "by the time we see the next bullet coming, it might be too late".

13 febbraio 2013

Lottatori fuori dal giro

La lotta è stata esclusa dalla lista degli sport presenti alle Olimpiadi del 2020. 
Dopo 117 anni di onorato servizio (è infatti una delle poche discipline presenti fin dalla prima edizione dei Giochi Olimpici moderni del 1896 ad Atene), lo sport di combattimento per eccellenza verrà mandato in soffitta.
Non subito: sarà regolarmente in programma alle prossime Olimpiadi di Rio 2016. Ma al CIO preferiscono fare le cose per tempo, e ieri una riunione esecutiva ha diramato la lista dei 25 sport regolarmente presenti ai prossimi giochi, dove in ballottaggio per la sede ci sono Madrid, Istanbul e Tokyo.
Rientrano il pentathlon moderno e , ma non la lotta, che potrebbe però essere ripescata nella lista degli sport "complementari": per i 2 posti disponibili, competeranno baseball, pattinaggio a rotelle, wakeboarding, arrampicata, squash, wushu e, appunto, lotta. 
La decisione è attesa per settembre, quando il CIO si riunirà nuovamente a Buenos Aires.
La federazione internazionale (FILA) si è detta "sorpresa e scioccata", ricordando che "ha sempre tenuto fede alle regolamentazioni olimpiche ed è presente in più di 180 paesi, in alcuni dei quali la lotta è addirittura sport nazionale, e l'unica possibilità per questi atleti di rappresentare la loro nazione ai Giochi Olimpici, contribuendo quindi alla loro universalità" come riporta il quotidiano Guardian.
Anche il presidente della federazione italiana Matteo Pellicone, in una nota ANSA, si è dichiarato "mortificato" dalla decisione, ma pronto a dare battaglia perché la lotta "rientri nel giro".

12 febbraio 2013

Curiose coincidenze

Il giorno dell'annuncio delle "dimissioni" di Benedetto XVI è caduto in una curiosa ricorrenza.
Ieri infatti, cadeva anche l'ottantaquattresimo anniversario della firma dei Patti Lateranensi, l'accordo politico-istituzionale tra il Regno d'Italia e la Santa Sede.
L'accordo, firmato appunto l'11 febbraio del 1929, fu una grandissima vittoria per il regime fascista di Mussolini, che poteva così vantare il riappacificamento con il papato tra le proprie vittorie.
La conciliazione prevedeva l'esistenza di uno stato indipendente, il Vaticano, ed il versamento di un contributo annuale come "compensazione" per le perdite dovute alla riunificazione d'Italia sessant'anni prima.
Il trattato è ancora in vigore, e regolamenta tutte le relazioni tra, per così dire, le due rive del Tevere.
Come ha scritto Lucia Annunziata ne L'Huffington Post ieri sera, il passo indietro di Benedetto XVI avrà diverse conseguenze sull'ordinamento istituzionale italiano.
Quest'anno il Parlamento sarà chiamato ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, e sicuramente la scelta che verrà espressa in conclave influenzerà, in maniera più o meno diretta, questa importante elezione.
Ancora una volta, il destino del Paese si intreccia con la successione al trono di Pietro.
Corsi e ricorsi della Storia.

11 febbraio 2013

I Grammy 2013 e il funerale del Pop

La cerimonia dei Grammy Awards 2013, arrivati alla 55esima edizione, ha evidenziato che l'alternative rock in questi anni sta prendendo piede nelle classifiche globali tanto quanto il rap e l'hip-hop hanno fatto nel decennio passato. I veri trionfatori della cerimonia di oggi sono le bande hipster dei FUN e Mumford&Sons e il cantautore australiano Gotye con Somebody that I used to know.
Il resto l'hanno preso Jay-Z e Kayne West, con diversi nomi grossi che sono rimasti a bocca asciutta: niente Taylor Swift e niente Calry Rae Japsen, che aveva dominato l'estate con la sua Call Me Maybe.
Ma anche niente Justin Bieber o Miley Cyrus, niente Lady GaGa o qualche vecchia gloria del pop come Jennifer Lopez o Britney Spears. Non che se ne sia sentita la mancanza, per una volta.
Giovani baffuti in pantaloni a sigaretta oppure rapper di colore ingioiellati come Crudelia DeMon. Così si vince nel 2013.
Sarà vero che il pop è morto?

LIST OF WINNERS OF THE MAIN CATEGORIES AT THE 55th GRAMMY AWARDS:
Album of the Year: Babel - Mumford & Sons
Record of the Year: Somebody That I Used To Know - Gotye featuring Kimbra
Song of the Year: We Are Young - fun.
Best New Artist: fun.
Best Rock Song: Lonely Boy - The Black Keys
Best Rock Album: El Camino - The Black Keys
Best R&B Song: Adorn - Miguel
Best R&B Album: Black Radio - Robert Glasper Experiment
Best R&B Performance: Climax - Usher
Best Traditional R&B Performance: Love on Top - Beyonce
Best Urban Contemporary Album: Channel Orange - Frank Ocean
Best Pop Performance, Solo: Set Fire to the Rain (live) - Adele
Best Pop Performance, Duo or Group: Somebody That I Used to Know - Gotye featuring Kimbra
Best Pop Vocal Album: Stronger - Kelly Clarkson
Best Traditional Pop Vocal Album: Kisses On The Bottom - Paul McCartney
Best Rap Song: Niggas In Paris - Jay-Z & Kanye West
Best Rap Album: Take Care - Drake
Best World Music Album: The Living Room Sessions Part 1 - Ravi Shankar
Best Alternative Music Album: Making Mirrors - Gotye
Best Orchestral Performance: Adams: Harmonielehre & Short Ride In A Fast Machine - San Francisco Symphony
Best Opera Recording: Wagner: Der Ring Des Nibelungen - The Metropolitan Opera Orchestra, The Metropolitan Opera Chorus
Best Jazz Instrumental Album: Unity Band - Pat Metheny Unity Band
Best Country Song: Blown Away - Carrie Underwood
Best Country Album: Uncaged - Zac Brown Band
Best Hard Rock/Metal Performance: Love Bites (So Do I) - Halestorm

08 febbraio 2013

Il maltempo e il Presidente

Gli Stati Uniti sono alle prese con una nuova emergenza maltempo. 
Questa volta è stata soprannominata "Nemo", la tempesta invernale che sta investendo la costa orientale con temperature polari e metri di neve.
Nell'ottobre scorso, quando l'uragano "Sandy" aveva falcidiato le coste di New York e New Jersey arrivando a colpire anche Manhattan, la campagna elettorale tra Obama e Romney, fino ad allora incentrata essenzialmente sull'economia, aveva visto un'improvvisa invasione di campo delle tematiche ambientali.
Se il Partito Repubblicano continua a negare ogni riferimento al riscaldamento climatico, arroccandosi dietro alle posizioni del "non scientificamente dimostrato", i Democratici hanno da tempo inserito l'environment nella loro agenda.
Lo stesso Obama aveva impostato la campagna elettorale del 2008 con un'impronta decisamente green. Poi si sa, le promesse sono difficili da mantenere, e l'ambiente è diventato uno dei principali punti di divisione tra il presidente e quella base scontenta e delusa per le poche riforme radicali.
Una delle grandi speranze legate al secondo mandato è proprio quella che Obama, libero dai vincoli legati alla rielezione, possa portare avanti una battaglia più radicale in difesa dell'ambiente.
Tanto per ricordare, gli USA non hanno mai aderito al protocollo di Kyoto.
Di fronte alla nuova emergenza maltempo, che sta battendo ogni record precedente, ma è ormai la norma, il governo della più importante economia mondiale non può più fare finta di niente e tapparsi le orecchie: il compromesso ambientale non può più aspettare.

07 febbraio 2013

Facebook è in crisi?

Il social network più grande e famoso del mondo nello scorso anno ha festeggiato il record di un miliardo di account attivi. Nessun sito web può vantare una simile permeabilità in tutte le latitudini del globo, una permeabilità che da a Zuckerberg & co. un potere esclusivo in termini di marketing di informazioni.
Ma forse anche per Facebook il boom sta per finire: un report del Pew Research Center, limitato ai soli account americani, ha evidenziato che il 61% degli utenti Facebook ha temporaneamente bloccato il proprio account per "prendersi una pausa" dal social network.
Negli USA, il 67% degli adulti che hanno accesso a Internet è su Facebook, di fronte ad un 20% e 16% di LinkedIn e Twitter rispettivamente. Ma esiste anche una piccola percentuale di utenti che usavano Facebook e ne sono usciti definitivamente: attualmente sono il 7%, ma in costante aumento.
Di questo piccolo gruppo, circa un quinto ha dichiarato di essere troppo occupato per poter seguire il flusso costante di "stati, frasi di George Takei e foto di neonati". 
Soltanto il 4% ha invece attribuito la scelta di chiudere Facebook ad un'invasione della privacy, tema che invece riceve sempre grande risalto sui media.
Sta di fatto che, nonostante tutto, la "Facebook vacation", ovvero la temporanea esclusione dal social network, è sempre più in voga: "La gente si sta ponendo sempre più domande su come spende il proprio tempo e su quanto valga la pena essere in costante contatto con amici e familiari", ha dichiarato Lee Rainie, responsabile del Pew Research Center.
Questa inflessione riguarderebbe però Facebook soltanto: il numero di utenti internet è invece in aumento, anche negli USA. Forse, anche il social network per eccellenza ha raggiunto il punto critico.

06 febbraio 2013

Obama vs Standard&Poor's, atto primo

Le agenzie di rating sono organizzazioni private, e quindi si spera indipendenti, che valutano l'attività finanziaria di stati e compagnie internazionali.
Le più famose sono 3 società americane: Standard&Poor's, Moody's e Fitch. Negli ultimi anni, a causa della crisi internazionale, il giudizio espresso da queste agenzie, la cosiddetta affidabilità finanziaria, è diventato uno dei temi più dibattuti all'interno dell'arena politica, e queste organizzazioni hanno accumulato un potere enorme. Il declassamento di un Paese da parte di una di queste società può costare la testa di ministri e presidenti.
In Italia il temuto spread è regolato proprio dal giudizio di queste "Big 3".
Da tempo le diverse agenzie, soprattutto S&P's, che, delle 3, è la più importante, ricevono critiche per l'arbitrarietà dei loro giudizi, soprattutto dai politici europei alle prese con sondaggi elettorali in costante declino.
Oltreoceano l'amministrazione Obama ha deciso di passare all'azione, aprendo una causa da 5 miliardi di dollari contro Standard&Poor's, ritenuta responsabile della crisi dei mutui subprime, gonfiati proprio in base alle indicazioni positive di S&P's. Dai mutui subprime la crisi è poi esplosa coinvolgendo tutti gli strati dell'economia statunitense e diventando la più grande recessione dai tempi del 1929.
Fin dal 2008 il presidente aveva aperto un tavolo di confronto con l'agenzia, diretta espressione di quel mondo dell'alta finanza americana (l'1% della popolazione) che non ha mai digerito le politiche finanziarie dell'amministrazione democratica.
Negli ultimi mesi il dialogo è saltato, ed il presidente ha deciso di passare ai fatti portando l'agenzia in tribunale. S&P's è stata citata presso la corte federale e 5 diverse corti statali.

05 febbraio 2013

Trovato il numero primo più grande... 'sti cazzi!

Come annunciato in pompa magna dal sito specialistico mersenne.org, il dipartimento di matematica dell'Università del Missouri Centrale ha scoperto il nuovo più grande numero primo il 25 gennaio alle 23:30:26, ora di Greenwich.
Il computer del professor Curtis Cooper ci ha messo più di 39 giorni per verificare che 257,885,161-1 fosse effettivamente un numero primo, riporta Slate.
La scoperta rientra nel cosiddetto progetto GIMPS (Great Internet Mersenne Prime Search), una sorta di caccia al tesoro tra diverse università statunitensi alla ricerca del più grande numero primo calcolabile. I numeri primi, infatti, come tutti i numeri, sono infiniti.
Fino a settimana scorsa, a detenere il record era il dipartimento dell'UCLA di Los Angeles, che aveva a sua volta strappato il primato dallo stesso Cooper nel 2008.
La ricerca dei numeri primi ha da sempre affascinato il mondo matematico: dopo Euclide, a cui risale la dimostrazione che i numeri primi sono infiniti, decine e decine di matematici si sono imbarcati nella ricerca del più grande numero primo calcolabile. Una particolare categoria di numeri primi è costituita dai cosiddetti numeri di Mersenne, ovvero quelli calcolati sottraendo uno ad una potenza di due: 3 è calcolato come 2 alla seconda meno 1, così come 7 (anch'esso un numero primo) che equivale a 2 alla terza meno 1.
Anche il nuovo gigante del professor Cooper è un numero di Mersenne, solamente che è composto da 17,425,170 cifre e che per scriverlo occorrerebbe un file di 22.45 megabytes.
I numero primi, di cui non si conoscevano grandi applicazioni pratiche fino a qualche decennio fa, sono tornati alla ribalta negli anni '70 quando un team di ricercatori dell'MIT ha scoperto il cosiddetto "algoritmo RSA", che è alla base dei codici crittografici del commercio online.
Facendo un acquisto su internet, insomma, si inserisce un codice che funziona in base a numeri primi molto alti.
Il risultato di Cooper, tuttavia, è inutilizzabile: tre diversi computer indipendenti che hanno verificato l'autenticità del record ci hanno messo comunque 3, 4 e 7 giorni rispettivamente. Un po' troppo per comprare su eBay.


04 febbraio 2013

Rivoluzione Francese, atto secondo

Il Ministro per le Pari Opportunità del governo Hollande ha revocato una norma vecchia di due secoli che impediva alle donne di vestire i pantaloni nella città di Parigi.
La legge, che risaliva al 7 novembre 1799, infatti, obbligava le donne a vestire solamente gonne o indumenti femminili, all'interno delle mura della città. In pieno clima rivoluzionario, gli strati più umili della popolazione parigina venivano infatti chiamati "sans-culotte", appunto per distinguersi dall'alta borghesia cittadina che vestiva, invece, le culotte. In omaggio alla figua del sanculotto, un'apposita legge aveva permesso a tutti gli uomini di portare le braghe, ma le donne ne erano state escluse.
Già due volte, nel 1899 e nel 1909, la legge era stata emendata per permettere alle donne di vestire i pantaloni se erano alla guida di una bicicletta o a cavallo, ma la norma era rimasta ufficialmente in vigore fino al 31 gennaio, riporta il Telegraph.
E' stata necessaria una interrogazione parlamentare da parte del deputato dell'UMP Alain Houbert per mettere in luce l'anacronistica normativa, che è stata definitivamente cancellata dal ministro Najad Vallaut-Belkacem.
Da questa settimana, le donne potranno liberamente portare i pantaloni in tutta la città di Parigi.
Vive le France!