21 marzo 2013

Scandalo a teatro

Un'intervista ad un talk show televisivo potrebbe far tremare il più rinomato e famoso corpo di ballo del mondo. Il Telegraph infatti riporta le dichiarazioni fatte da Anastasia Volochokova ad un popolare programma moscovita sulle "abitudini" e gerarchie interne al Teatro Bolshoi.
Ai membri del corpo di ballo, ed anche ad alcuni solisti, sarebbe infatti stato chiesto di fare sesso con importanti sponsor o "patrons" in cambio di un posto in tournéé.
La cosa si svolgerebbe in "grandi cene eleganti", al termine delle quali alle ballerine verrebbe proposta la fatidica scelta: passare la notte con il magnate di turno oppure lasciare il teatro, compromettendosi la carriera. 
Il teatro, già al centro di altri scandali negli ultimi mesi, ufficialmente nega ogni accusa, e lo stesso Direttore Generale, Anatoly Iksanov, ha organizzato una conferenza stampa martedi scorso per scaricare le accuse come "dicerie". 
In realtà è giusto ricordare il burrascoso rapporto tra i due: Anastasia Volochokova è un ex-ballerina solista del Teatro Bolshoi che, nel 2003, è stata licenziata dallo stesso Iksanov perchè "troppo grassa e alta per essere sollevata dai ballerini maschi". Dopo il licenziamento, un tribunale ha dato ragione al suo ricorso tanto che la ballerina è stata riassunta dal Bolshoi, senza però recuperare il posto di prima.
Tutta la vicenda potrebbe quindi essere tacciata come una faida personale tra i due, ma sembra che qualcosa sia successo davvero.

20 marzo 2013

The Absolute Moron's Guide to What's Happening in Cyprus

"Nei prossimi giorni sentirai parlare piuttosto spesso di Cipro". E' così che inizia un'interessante "Guida a quello che sta succedendo a Cipro per completi idioti", pubblicata dal magazine "The New York".
La conversazione spiega come mai quello che sta accadendo in una remota isoletta nel Mediterraneo orientale potrebbe avere conseguenze su tutto il resto del pianeta, e forse persino sui conti correnti degli abitanti di Brooklyn.
Con grande efficacia viene spiegato come mai il debito statale graco debba essere spalmato sulle spalle dei pescatori di Nicosia: essenzialmente le banche cipriote, che avevano investito pesantemente in Grecia negli ultimi anni e attualmente si trovano sull'orlo del fallimento, non possono permettersi di fallire a causa dei milioni di rubli che oligarchi russi e petrolieri siberiani (più o meno legalmente) vi hanno investito. Circa un terzo dei conti correnti aperti a Cipro, infatti, appartiene a cittadini della Federazione Russa, e non sarebbero noccioline.
Per poter salvare le banche il governo, su indicazione dell'Unione Europea di cui Cipro fa parte dal 2007, avrebbe bisogno di circa 7,3 milioni di Euro. E per recuperare il denaro, la strategia più verosimile sarebbe quella di un prelievo forzato straordinario su tutti i conti dei cittadini ciprioti. Qualcosa che oscilla tra il 5 e il 10% del patrimonio, a seconda del tipo di conto corrente. 
I cittadini verrebbero ricompensati con quote (di minoranza) nelle banche stesse, ma la cosa, chiaramente, non piace: il rischio è quello di un prelievo di massa in contanti da parte dei Ciprioti che potrebbe far scattare una reazione a catena per cui anche greci, italiani e spagnoli, già alle strette con i rispettivi sistemi bancari, rincomincino a mettere i risparmi sotto il materasso.
Un ritorno al lingotto, o meglio alla mazzetta, che farebbe precipitare l'Europa (finanziaria) nel caos.
Questa mattina il piano "tassista" sarebbe stato definitivamente rigettato dal governo cipriota, in barba alle indicazioni di Bruxelles, ma le proteste continuano.

19 marzo 2013

La Spagna a processo

Un video diffuso negli ultimi giorni da El Pais sta imbarazzando e gettando nello sconforto la Spagna.
Il video, risalente al 2004, mostra tre soldati spagnoli che torturano e seviziano dei prigionieri durante il conflitto in Iraq. 
Oggi il Pais ha pubblicato una nota del ministero della Difesa spagnolo in cui si conferma che il video sia stato girato in una base dell'esercito spagnolo nel paese, probabilmente a Diwayina.
Il ministro della difesa Pedro Morenés ha ammesso pubblicamente le responsabilità dell'Ejercito de Tierra, le forze armate spagnole, augurandosi la più totale collaborazione con la magistratura e dicendosi sicuro che gli ufficiali responsabili non sapevano niente delle torture ai prigionieri in Iraq.
Questa sorta di Abu Ghraib iberica getta nuove ombre a distanza di dieci anni dall'inizio del conflitto iracheno. La Spagna popolare di José Maria Aznar fu uno dei più strenui difensori dell'intervento di Bush, al pari dell'Inghilterra di Blair e dell'Italia di Berlusconi. 
Il primo ministro Zapatero, succeduto ad Aznar nel 2004, ritirò le truppe spagnole dal Medioriente dopo nemmeno un mese dall'elezione, avendone fatto un punto vincolante della sua campagna elettorale.
Nonostante questo pronto ritiro, sembra che il conflitto in Iraq continuerà a perseguitare la Spagna per lungo tempo: i tre militari ripresi nel video rischiano ora fino a 25 anni di carcere, sotto legge marziale.

18 marzo 2013

Villa Epecuén, BA, Argentina

Villa Epecuén era una cittadina argentina della provincia di Buenos Aires. 
A circa 600 km dalla capitale sudamericana, negli anni '60 e '70 aveva conosciuto un vero e proprio boom turistico grazie all'omonimo lago salato, le cui acque avrebbero salubri effetti termali. Alcuni studi confermerebbero come il Lago Epecuén sia il secondo specchio d'acqua più salato del mondo, superato soltanto dal Mar Morto in Israele.
Ad ogni modo, dopo 25 anni di prosperità e crescita economica, nel 1985 il livello delle acque del lago è cresciuto rapidamente, arrivando a rompere gli argini e sommergere completamente la città. Agli abitanti del luogo non rimase altro che raccogliere gli effetti più cari e trasferirsi altrove.
Il lago è cresciuto ancora per una decina d'anni, tanto che nel 1993 la città si trovava sommersa da dieci metri di acque salate.
Storia già sentita, moltissime volte.
Negli ultimi anni, invece, la svolta: probabilmente a causa dell'innalzamento medio delle temperature, le acque del lago hanno cominciato a ritirarsi, restituendo alla terraferma l'antica città. Oggi Villa Epecuén appare come una città sommersa restituita alla vita, creando paesaggi spettacolari e attirando nuovamente l'attenzione dei media.
Qualcuno vorrebbe trasformarla in un set cinematografico permanente, o almeno girarci un paio di film.
Lo scenario, in effetti, sarebbe unico. 
Ieri Repubblica ha incontrato l'unico abitante di questa Atlantide nel cuore della pampa. L'ottantunenne Pablo Novak che ha scelto di ritornare nella città dove è cresciuto non appena il lago gliela ha restituita: "Sto bene qui: sono solo ma so come cavarmela."

15 marzo 2013

Accordi a Gerusalemme

Due giorni fa la visita del presidente Shimon Peres a Strasburgo aveva acceso i nostri riflettori sullo stato di Israele. 
Oggi una nuova notizia arriva da Gerusalemme, ed è una delle più attese: il primo ministro Benjamin Nethanyau ha trovato un accordo di governo dopo quasi due mesi di stallo in Parlamento.
Le elezioni del 22 gennaio scorso, infatti, avevano sancito la vittoria del Likud, il centrodestra ebraico al potere da 5 anni, ma si era trattata di una vittoria di Pirro: i numeri erano troppo risicati per poter governare.
Una situazione tutto sommato simile, con le dovute distinzioni, a quella italiana: un partito che "arriva primo ma non vince", e una costellazione di forze minori e di peso diverso pronte a ottenere il miglior risultato possibile per i propri elettori.
A Nethanyau si prospettavano due strade: allearsi (ancora) con gli ultra-ortodossi, ma alienandosi così una volta per tutte il voto centrista, oppure cercare l'accordo con le altre formazioni come Yesh Atid e Hatnuah, rendendosi disponibile ad alcuni cambiamenti sul programma di governo.
"Bibi" ha scelto la seconda strada, riuscendo a concludere l'accordo con tre leader centristi, Yair Lapid, Naftali Bennet e Tzipi Livni, che dovrebbero garantirgli 68 seggi sui 120 totali della Knesset.
Si tratta sicuramente di una buona notizia o, almeno, di una notizia migliore: se avesse cercato l'accordo con gli ultra-ortodossi, il governo Nethanyau sarebbe probabilmente stato ostaggio delle decisioni di un gruppo di vecchi rabbini pronti a tutto pur di difendere le Colline di Sion.
Con questa decisione, invece, le probabilità di una nuova guerra in Medio Oriente si abbassano, pur restando altissima la tensione riguardo agli insediamenti israeliani in Cisgiordania (e ne sa qualcosa lo stesso Shimon Peres) e alla bomba atomica iraniana.
A proposito di quest'ultimo tema, il governo USA ha dichiarato che Tehran potrebbe disporre dell'ordigno al massimo entro un anno, ma il presidente Obama, in Israele proprio in questi giorni per una visita ufficiale, ha rassicurato: "Li fermeremo".

14 marzo 2013

Due pensieri contrastanti

L'elezione del nuovo papa argentino ha sinceramente sorpreso gran parte del mondo, sia gli addetti ai lavori sia i semplici fedeli.
Non giovanissimo (76 anni), Jorge Mario Bergoglio ha mantenuto un profilo riservato in questo conclave, avendo già recitato un ruolo da protagonista nella scorsa elezione, quando arrivò secondo alle spalle del Cardinale Ratzinger.
I più probabili erano altri: si parlava di Scola, degli americani, oppure di un affscinante Papa africano, ma questo underdog ha saputo guadagnarsi la stima, il rispetto e la fiducia della Curia internazionale, tanto da venire elevato al soglio di Pietro.
Questo Conclave ha introdotto diversi elementi di novità, iniziando dalle inaudite dimissioni di Ratzinger, e il nuovo Papa non è stato da meno: primo Papa extraeuropeo, primo Gesuita, primo a chiamarsi Francesco etc. etc.
Le reazioni alla nomina sono state generalmente positive, almeno a voce alta tutti agurano un sereno pontificato al nuovo pastore, lui stesso consapevolissimo della difficoltà del nuovo incarico, tanto da invocare la preghiera dei fedeli già al primo incontro con la folla, subito dopo l'Habemus Papam.
Due editoriali in particolare meritano di essere citati: uno apertamente positivo, ovvero quello di Ezio Mauro su Repubblica, ed un altro decisamente più critico, quale quello di Michael Brendan Dougherty (giornalista di American Conservator) per SLATE.com.
Entrambi i giornalisti si aspettano un'azione decisamente riformatrice dal nuovo ponteficie, alieno dalle politiche fumose della Curia romana e molto più sensibile alle tamtiche sociali del suo predecessore.
Dando per scontato che la decisione di Benedetto XVI fosse dovuta a profondi ed insanabili contrasti con la Curia, accentuati dalla lunga serie di scandali di Vatileaks, IOR e abusi sessuali che ha inquinato gli ultimi 5 anni del suo pontificato, i due giornalisti danno però letture contrastanti riguardo l'elezione di Bergoglio: "L'addio al pontificato di Ratzinger ha dunque lasciato un "segno" visibile nel Conclave. La scelta di successione a Benedetto XVI rappresenta infatti un rovesciamento geografico e culturale del potere curiale talmente evidente e simbolico da diventare un gesto politico..." ha scritto speranzoso Ezio Mauro. 
Diametralmente opposte le paure di Dougherty, che evidenzia come "non c'è alcuna possibilità per l'elezione di Bergoglio senza l'appoggio dei cardinali italiani e del blocco Latino-americano".  Su Bergoglio sarebbero quindi confluiti i voti dei cardinali avversi a Ratzinger e alla sua opera di riforma della Chiesa. 
Da un lato un Papa nuovo, estraneo alla fumosa Curia romana e quindi più puro, forte e capace di riforme sincere e profonde, dall'altro un Papa nuovo, estraneo alla corrotta Curia romana e quindi più ingenuo, debole e chiamato a recitare un ruolo da comparsa, il classico "Papa di transizione". 
Chi avrà ragione? Tra dieci anni, il responso.

13 marzo 2013

Visite di cortesia?

Il presidente dello Stato di Israele Shimon Perez ha visitato ieri il Parlamento dell'Unione Europea di Strasburgo. La visita, sostanzialmente un incontro di cortesia tra buoni vicini, non ha avuto grande risonanza sulla stampa internazionale, catalizzata dal Conclave e, per quanto ci riguarda, dalla crisi italiana.
Il Wall Street Journal tuttavia fa notare che, dietro ai sorrisi e alle strette di mano, le distanze tra UE e lo stato ebraico sono più ampie che mai. 
E' toccato a Martin Schulz, in quanto presidente del Parlamento, ricevere il capo dello stato israeliano e dargli il benvenuto a nome dell'Unione. Schulz ha ricordato come sia significativo che sia toccato a lui, un tedesco, l'encomio di un leader ebraico.
Questi avvicinamenti non sono stati sufficienti a mascherare il disappunto, percepito in conferenza stampa, con cui Israele ha ricevuto la proposta dell'UE di porre un embrago ai prodotti delle colonie israeliane in Cisgiordania.
Molti cittadini UE, infatti, considerano quegli installamenti come un atto di guerra, e sono quindi favorevoli ad un blocco delle importazioni. La proposta è arrivata a Strasburgo, e il Parlamento, cercando una soluzione intermedia, ha proposto di rendere obbligatoria l'indicazione di provenienza di questi prodotti. Al supermercato, insomma potremmo trovare i prodotti dei kibbutz israeliani in Cisgiordania e negli altri territori occupati, e toccherà poi a noi decidere se acquistarli o meno.
La cosa non è assolutamente andata giù al governo israeliano, che considera quei territori come parte integrante dello Stato.
Perez ha avvertito l'Unione Europea, consigliando di non schierarsi apertamente in una questione interna allo stato d'Israele, un modo garbato per dire "fatevi gli affari vostri", per poi ricordare che lo stesso governo di Israele si sta impegnando a smantellare alcuni installamenti illegali.
Ma la politica degli installamenti di coloni proseguirà: "quando ci sarà la pace, potremo discuterne".

12 marzo 2013

Coppa del Mondo? Questione di Stadi...

L'Inghilterra ospiterà la prossima Coppa del Mondo di Rugby nel 2015. Questo è certo.
La finale si giocherà il 31 ottobre a Twickenham, Londra, e anche questo è certo.
Poco altro, in realtà, è certo. 
Anzi, a due anni dal grande evento, la Rugby Football Union, la Federugby inglese, non ha ancora reso pubblica la lista definitiva degli stadi coinvolti nella manifestazione.
La cosa sta suscitando un certo malcontento Oltremanica, e merita di essere raccontata dall'inizio.
L'Inghilterra, che ha già ospitato i mondiali del 1991 e del 1999, ha ricevuto l'assegnatura nel 2009, battendo la concorrenza di Giappone (che ospiterà però i mondiali nel 2019) e Italia. 
Gli stadi inglesi hanno rappresentato il vero valore aggiunto in quell'occasione: noi abbiamo già abbastanza problemi a trovare uno stadio per un test-match della nostra nazionale (ricordate Torino e Bologna?), figuriamoci 16 stadi da dedicare esclusivamente al rugby tra settembre e ottobre, quando la Serie A è in pieno svolgimento.
La RFU aveva garantito il coinvolgimento di diversi club di Premier League, proprietari dei migliori stadi del mondo, e ha avuto gioco facile a sbarazzarsi della nostra concorrenza.
Da allora (4 anni fa) però ben poco si è mosso ufficialmente, se non polemiche e frecciatine. Gli inglesi hanno rifiutato di "condividere" l'assegnatura con i vicini celtici, ovvero Irlanda, Scozia e Galles, che erano interessati ad ospitare alcune gare. No grazie, meglio da soli.
Soltanto il Millenium Stadium di Cardiff, probabilmente il miglior stadio di rugby del mondo, è stato aggiunto alla lista delle potenziali strutture, con la precisazione che il Galles non giocherebbe le partite della fase finale in casa, se dovesse passare i gironi, dove tra l'altro è stato abbinato con la stessa Inghilterra.
Ieri un articolo dell'Equipe riportava che il Manchester United starebbe riflettendo sulla possibilità di ospitare qualche partita all'Old Trafford. Lo "stadio dei sogni" era una delle strutture più prestigiose nel mazzo delle candidature ed un eventuale niet di Sir Alex Ferguson (perchè di questo si tratterebbe) sarebbe una brutta gatta da pelare per gli organizzatori.
Anche Wembley e lo Stadio Olimpico non verrebbero utilizzati, sempre secondo l'Equipe. Il primo verrebbe già occupato dalle competizioni di Rugby League mentre per quanto riguarda le strutture olimpiche sono già inizati i lavori di smantellamento, che ridurrebbero la capacità al di sotto dei limiti consentiti.
Si tratta comunque di indiscrezioni e rumors, ma sono di quelli che fanno pensare. C'è il rischio che qualcuno abbia fatto il passo più lungo della gamba e ora si trova costretto a inseguire o, in questo caso, a sperare. 
Di certo è una brutta figura per la Federazione inglese, che spesso viene accusata di arroganza e presunzione nei confronti delle altre (più povere) compagini internazionali.

Postilla: i francesi sarebbero i primi a giovare di questi problemi, e infatti nello stesso articolo si suggeriva lo Stade de France come possibile sede di qualche partita, ma l'Equipe è uno dei principali giornali di rugby del mondo e, quando si tratta di indiscrezioni, difficilmente ci sbaglia.

11 marzo 2013

Buone notizie dall'O K Corral

Finalmente arriva una buona notizia dal mondo delle armi americane: il New York Times ha dimostrato come, nonostante le numerose stragi che ciclicamente colpiscono il paese, il numero di possessori di fucili e pistole è in costante declino dal 1972. 
Anzi, la "rinuncia al fucile" sembra essere un fenomeno condiviso, con il numero di armi che decresce sia nelle zone urbane della costa est sia nell'America rurale del Midwest e delle Montagne Roccose. 
Negli anni '70, un americano su due aveva un fucile in casa. Da allora il numero è costantemente diminuito, e attualmente (2012) il tasso è del 34%. 
Diverse teorie potrebbero spiegare il fenomeno: anzitutto il servizio militare, obbligatorio negli anni '70, è divenuto volontario e attualmente militari e reduci rappresentano una piccola frazione della popolazione americana.
L'urbanizzazione ha sicuramente svolto un ruolo fondamentale, perchè se è vero che lo studio fotografa un decrescimento abbastanza condiviso, restano pur sempre differenze fra le zone rurali, dove il 56% degli americani possederebbe un fucile, e le città, dove sono meno di un quarto i cittadini "armati".
Anche le dinamiche demografiche, infine, sembrano influire: gli ispanici, ad esempio, tendono a possedere meno armi dei bianchi, ed il numero di immigrati latinoamericani è costantemente aumentato negli ultimi 30 anni.
Lo studio viene rilasciato ogni due anni, ma non riceve grande visibilità all'interno del dibattito sul "gun-control". Ancora oggi, nella memoria collettiva restano incise le immagini dei clienti in coda ai negozi di armi dopo le stragi di Newtown e Aurora. 
L'amministrazione Obama si è impegnata fortemente in campagna elettorale per arrivare ad una legge di controllo sulle armi, e lo stesso Presidente è tornato a chiederlo nel discorso sullo stato dell'unione nel mese scorso. Le lobby, tuttavia, mantengono il proprio peso e stanno riuscendo, per ora, a bloccare ogni iniziativa in Congresso.
Questo studio però fotografa un'America che, autonomamente e silenziosamente, rinuncia al fucile. E' un cambiamento generazionale più che una scelta consapevole e motivata. Ma è un inizio.
Un'America diversa, un'America migliore.

08 marzo 2013

Slalom gigante

Le notizie che sono arrivate negli ultimi mesi dalla Corea del Nord sono sempre più bizzarre e contraddittorie.
Da quando il nuovo leader Kim Jong-un ha rimpiazzato il padre ereditando il potere assoluto nella piccola repubblica asiatica, la linea di condotta in politica estera è stata un continuo zig-zag tra atti di distensione e minacce di un escalation militare.
Le due Coree sono ufficialmente ancora in guerra tra loro, e la situazione di pace nella penisola è garantita dalla fragile tregua firmata nel 1953 al termine di uno dei conflitti più sanguinosi del XX secolo.
Nel corso dell'inverno, il regime di Pyongyang ha ricevuto diverse visite da parte di personalità statunitensi, che vengono lette all'interno di una strategia di distensione e avvicinamento alle posizioni americane.
Allo stesso tempo, il nuovo leader ha accellerato il programma di sviluppo di armi nucleari, arrivando al lancio di un satellite in orbita prima di Natale e ad un nuovo test atomico in febbraio.
L'ultima notizia di questa mattina è che il consiglio militare della Corea del Nord sarebbe pronto a lanciare un attacco atomico "al cuore" del nemico. Ovvero direttamente in territorio americano.
Seoul infatti non disporrebbe di una capacità militare sufficiente a contrastare un eventuale attacco nordcoreano, e per la propria difesa deve fare affidamento sulla presenza di forze armate statunitensi (60.000 uomini), ufficialmente in Corea nel ruolo di "osservatori internazionali".
Su queste forze armate pende però una risoluzione ONU che invita tutte le forze militari straniere ad abbandonare la penisola per favorire il processo di pace.
Le Nazioni Unite sono il palcoscenico prediletto dal regime nordcoreano per le sue minacce, che fanno parte di una dichiarata strategia volta ad alimentare la tensione e capitalizzare l'attenzione internazionale.
Questa volta però potrebbe essere diverso. Il regime starebbe seriamente preparandosi ad un attacco in forze. A riportarlo è il quotidiano spagnolo La Rioja, che però allo stesso tempo ricorda come la Corea del Nord non avrebbe a disposizione le tecnologie per lanciare missili oltreOceano.
Come a dire: i californiani possono stare tranquilli. Per ora, Pyongyang è semplicemente troppo lontana.

07 marzo 2013

Il vero girotondo

Silvio Berlusconi è stato condannato ad un anno di carcere per il caso intercettazioni-Unipol, avrebbe infatti fatto spiare e registrare sia Piero Fassino sia Giovanni Consorte, che ricevono così un indennizzo di 80.000 euro.
Noccioline.
Dopo la sentenza Mediaset e consequente risarcimento a sei cifre all'Ingegnere De Benedetti, il Cavaliere sta accomulando condanne al ritmo con cui un cittadino comune accumula multe per divieto di sosta.
Una volta ogni tanto, il copione si ripete: i giudici leggono la sentenza ad un imputato che non è (mai) presente in aula, i giornali del suddetto imputato gridano allo scandalo e lui ha gioco facile a dipingersi vittima di un complotto di magistrati neocomunisti. I quali, incessantemente, procedono. 
Perchè la conquista e la gestione del potere berlusconiano hanno aperto contenziosi in ogni provincia d'Italia.
E così un processo a Como, un altro a Napoli, svariati a Monza e, ovviamente, Milano. La capitale dell'impero. Ma anche il fortino di Ilda Boccassini, il giudice più rosso di tutti.
La musica non cambierà nemmeno questa volta, lo indicano gli sviluppi: Piero Longo, legale del Cavaliere in questo processo, ha già dichiarato che si tratta di una sentenza fuori da ogni logica, mentre Daniele Capezzone, portavoce del PDL, ha ricordato come un membro del consiglio giudiziario sia atteso a sua volta da un esame della Cassazione che potrebbe rimettere in gioco tutto.
L'elettorato pidiellino da tempo ha dato prova di non ritenere gli scandali giudiziari di Berlusconi materia di confronto elettorale. Questo scandalo non è più grave di altri, o scabroso, o indecente. 
E' semplicemente un altro, ennesimo, giro di giostra.

06 marzo 2013

Il Drugo esiste davvero!

Per molti delle generazioni più giovani è un vero e proprio mito, un ideale di uomo e di stile di vita da seguire constantemente. Quasi una religione.
Si tratta del Grande Lebowski, il film culto uscito nelle sale esattamente 15 anni fa, il 6 marzo 1998.
Ed è interessante leggere sull'Huffington Post che i fratelli Coen, registi, scenografi e ideatori di tutta la pellicola, si sono ispirati ad un personaggio realmente esistito per ritrarre il Drugo (the Dude nella versione originale), il protagonista ed eroe del film interpretato da Jeff Bridges. 
Il suo nome è Jeff (come Jeff Bridges) Dowd, è nato nel 1949 (come Jeff Bridges) e adora fumare marijuana (come Jeff Bridges)
Joel e Ethan Coen lo hanno conosciuto nel 1984 lavorando ad un altro film, e quando lo hanno contattato per spiegargli il progetto del Big Lebowski si sono accorti di questa succulenta serie di coincidenze. E' subito parso chiaro a tutti che Bridges fosse l'attore perfetto per la parte del Drugantibus.
Attualmente Dowd è disoccupato, ma si dice soddisfatto delle opportunità che derivano dall'essere il soggetto di un film culto: "Ovunque vada nel mondo, sono automaticamente l'amico di tutti. Ma soprattutto posso andare ai college, avere un pubblico che mi ascolta... e dopo partecipare ai party".
Un Drugo, insomma.

PS: "Quasi" una religione? Non proprio: in America è già un culto ufficiale.

04 marzo 2013

Bambini che giocano a calcio

La storia spesso si ripete: due bambini litigano per un giocattolo, arriva un terzo più forte che se lo prende e gli altri due si alleano per poter impedire il "furto". E' grosso modo quello che sta succedendo in Premier League, e il giocattolo in questione si chiama Arsenal FC.
Il club londinese infatti è finito nel mirino di due fondi di investimento (privati e anonimi, sennò che gusto c'è?) arabi, più precisamente del Qatar il primo e degli Emirati il secondo.
L'attuale socio di maggioranza, con circa il 60% delle quote del club, è il magnate americano Stan Kroenke (in foto), arrivato nel 2011, ma che da sempre subisce la concorrenza di un rivale (e siamo all'altro bambino), ovvero il multimilionario uzbeko Alisher Usmanov, una vita fatta di petrolio, criminalità e soldi facili nell'ex URSS.
Usmanov, che attualmente controlla un terzo del capitale sociale, non ha mai fatto segreto di voler arrivare al controllo totale della squadra, ma i fondi arabi dovrebbero avere, diciamo, più potere di fuoco.
L'offerta dei petroldollari valuterebbe il team esattamente il doppio del valore del 2011, dopo un biennio non propriamente brillante per i Gunners. L'ultimo trofeo in bacheca risale al 2005, e negli ultimi anni la squadra non ha mai lottato per il titolo in Premier, dovendo accontentarsi delle briciole lasciate dai superclub di Manchester.
Gli arabi sarebbero pronti a fare il grande passo, investendo cifre folli nel rinnovamento del "parco giocatori" per tornare ai massimi livelli nel giro di pochi anni, e starebbero già cercando l'accordo con la (potente) tifoseria inglese: i fans dell'Arsenal sono già costretti a pagare i biglietti più cari della Premier League per vedere i propri beniamini, e non hanno perdonato il trasferimento della squadra dallo storico Highbury per il più moderno Emirates Stadium, costruito con i soldi della FlyEmirates, guarda a caso.
Sia Kroenke sia Usmanov hanno categoricamente negato ogni tipo di accordo, ammettendo che il tentativo di scalata è effettivamente in atto ma entrambi sarebbero pronti a resistere ad ogni offerta, per quanto folle.
Nel frattempo l'Arsenal ha perso 2 a 1 il derby contro il Tottenham e si trova ora quinto in classifica, fuori dalla zona Champions. I Gunners hanno giocato nella massima competizione europea per 16 anni consecutivi e forse il mancato traguardo di questa stagione, se così dovesse decidere il campo, potrebbe accelerare un cambio della guardia nella stanza dei bottoni.
I tifosi ci sperano, e con loro anche Wenger, intoccabile, chiunque sia il padrone.

01 marzo 2013

Telepatia tra ratti

In un futuro potremmo avere tutti i cervelli del mondo collegati in un'unica rete telematica che manderebbe in pensione tutti i sistemi di comunicazione attuali. Ma non solo, cambierebbe il nostro mondo in maniera radicale. A sognarlo non è soltanto Gianroberto Casaleggio, il socio di Beppe Grillo spesso indicato come la vera mente dietro il Movimento 5 Stelle, ma anche qualcun altro che ci sta andando decisamente più vicino.
Iniziando dai topi.
L'Università di Duke, North Carolina, ha appena annunciato la riuscita di un esperimento senza precedenti, come ha riportato Slate.com.
L'esperimento consisteva nel connettere, via Internet, i cervelli di due topi situati a migliaia di kilometri di distanza, più precisamente in Brasile e, appunto, alla Duke.
Lo "scienziato pazzo" in questione si chiama Miguel Nicolelis, ed è un ricercatore brasiliano che lavora nell'università statunitense. Qualche anno fa aveva fatto azionare un braccio elettronico in Giappone da una scimmia che si trovava in North Carolina attraverso internet.
Questa volta ha lavorato direttamente con due animali.
Al topo in Brasile è stato insegnato ad aprire una porta attraverso un semplice codice, arrivando ad una percentuale di successo del 95%. E questa era la parte più semplice dell'esperimento: tramite degli elettrodi sono stati connessi i cervelli del topo "istruito" in Brasile e di quello "non istruito" in America. Quest'ultimo, mano a mano che l'altro topo ripeteva l'operazione, la ripeteva a migliaia di kilometri di distanza riuscendo a compierla perfettamente 7 volte su 10.
E' solo l'inizio della costruzione di una vera e propria rete di cervelli. Una brain-net, appunto.
"Non possiamo nemmeno immaginare che tipo di proprietà potrebbero svilupparsi quando gli animali inziano a interagire come parte di una rete di cervelli. In teoria, si potrebbe immaginare che una combinazione di cervelli possa produrre soluzioni che i singoli cervelli non possono raggiungere individualmente".
Fantastico, o terribile. Ma quando il tuo motto è "prendere la fantascienza e trasformarla in scienza", come recita Nicolelis, l'unico limite è dato dall'immaginazione.
Per la sperimentazione umana, per ora, possiamo aspettare.